IL BEL PAESE XENOFOBO

Posted by silvia On aprile - 30 - 2011

Una riflessione su un argomento sempre più attuale
I fenomeni di emigrazione e immigrazione sono antichi quanto l’uomo. È solo partendo dagli albori, però, che si riesce a leggere meglio ciò che nel presente questi due avvenimenti rappresentano. L’uomo prima di trovare un luogo idoneo dove stabilirsi ha impiegato molto tempo ed aveva anche tutto il mondo a sua disposizione. In seguito era arrivato a capire che cambiare luogo in cui vivere due o tre volte l’anno fosse vantaggioso per diversi motivi (clima e nutrizione su tutto). Col passare dei secoli gli uomini sulla Terra sono diventati numerosi e più copiose le problematiche relative al loro vivere insieme. Sono anche sorte liti, scontri e guerre a riguardo, ma le motivazioni che hanno spinto un antico romano ad andare a studiare filosofia ad Atene e un italiano, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, ad andare a cercare fortuna in America sono pressoché identiche a chi negli ultimi venti anni, più o meno consapevolmente, ha lasciato il proprio paese natio per giungere in Italia (a volte solo punto di snodo per il resto d’Europa), designata nell’immaginario comune come un’oasi felice. L’Italia, di fronte all’odierno fenomeno dell’immigrazione, assume perlopiù un aspetto xenofobo eterogeneo (basti vedere la differenza della gestualità facciale della gente comune quando si nomina un immigrato romeno piuttosto che argentino) e chi sta al potere contribuisce ad alimentare questo sentimento nei cittadini. L’immigrazione è vista come una cosa terribile da eliminare ad ogni costo e per questo si è anche pronti a scendere a patti: vedi Berlusconi-Gheddafi prima degli ultimi avvenimenti. La nostra classe politica, di fronte ad un fenomeno in continua crescita dovrebbe essere molto rigorosa nello stabilire un piano legislativo ad hoc sull’immigrazione per evitare problemi sia su un versante (noi che accogliamo), che sull’altro (loro accolti).
Una delle frasi più comuni è questa: “Eh, non c’è lavoro per gli italiani, figuriamoci per gli stranieri… Che cosa devono venire a fare qui?”. Questa affermazione è vera solo in parte: in Italia oramai si sono perse forze lavorative che per tanto tempo sono state fonte di produzione e ricchezza: l’artigianato e l’agricoltura innanzi tutto. La nostra nazione, da un po’ di anni, è colma di intellettualoidi più che di intellettuali (laureati) e, in virtù di questo, nessuno è più disposto o propenso a fare mestieri come il calzolaio, il fruttivendolo o l’agricoltore. Nonostante questa sia la realtà dei fatti, c’è ancora chi si stupisce del perché il negozio di frutta e verdura sotto casa sia in mano a due fratelli pakistani.
Inchieste di importanti giornalisti, come Fabrizio Gatti, hanno messo in evidenza lo sfruttamento sul luogo di lavoro di immigrati (vedi raccolta di pomodori in Puglia, o manovalanza al nord) e i rischi altissimi di vita che, le persone provenienti da paesi con regime dittatoriale, corrono nel cercare, tramite i barconi della speranza, un paese dove trovare pace e lavoro e considerando l’evasione la loro ultima speranza. Se ne evince una realtà umanamente degradante: persone quasi non stipendiate, ammassate in alloggi fatiscenti e trattate peggio delle bestie. Per non parlare, ancora, delle pessime condizioni di alcuni centri di accoglienza (ex CPT ed odierni CIE).
Forse è ora di togliere la veste xenofoba; la letteratura e la realtà ci insegnano, ad esempio, che la Roma di un tempo e quella odierna non erano poi così differenti dal punto di vista multietnico, e poi: “Ci siamo (forse) dimenticati di essere figli di emigrati?”.

Francesca Robertiello

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