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Archive for the ‘cinema’ Category

To Rome with love

Posted by Francesca Robertiello On aprile - 20 - 2012 Commenti disabilitati

 

 

È uscito proprio oggi nelle sale cinematografiche italiane il nuovo film di Woody Allen “To Rome with love”. Sono narrate quattro storie accadute nella Città Eterna nel medesimo periodo: quella di Milly e Antonio che giungono a Roma perché al secondo si prospetta un nuovo e remunerativo lavoro legato a suoi ricchi parenti del posto, che viene ad intrecciarsi con quella di Anna, una strepitosa Penélope Cruz, nei panni di una simpaticissima e provocantissima squillo e  Luca Salta (Antonio Albanese), attore italiano famoso: l’una induce in tentazione Antonio e l’altro Milly. Nel frattempo Jack, studente di architettura si innamora perdutamente di Monica, attrice americana amica della sua ragazza Sally. Terza storia è quella di Leopoldo Pisanello, interpretato da un meraviglioso Roberto Benigni, che nel giro di pochi giorni diventa famoso e allo stesso tempo termina di esserlo. Infine vi è la vicenda di Jerry (Woody Allen), che giunge con la moglie a Roma per conoscere il futuro sposo della figlia Hayley. Se dovessi soffermarmi sui particolari di ciascuna storia però rivelerei integralmente tutto il film, il quale manca di una trama forte e robusta di fondo, infatti l’impressione, a film terminato, è quella di aver assistito ad uno spettacolo banale anche se simpatico in molte scene e grazie a diverse battute. Il doppiaggio lascia molto a desiderare (forse sarebbe stato meglio divulgarlo in lingua originale con i sottotitoli) e anche la recitazione di qualche attore non è eccellente. Considerato il cast d’eccezione, e quindi anche tutti i soldi che saranno serviti ad Allen per metterlo insieme, ci si sarebbe aspettati un film con uno spessore più grosso e soprattutto diverso da alcune caratteristiche che negli ultimi film del regista sembrano sistematicamente ripetersi (si pensi ad esempio al penultimo uscito solo un anno fa “Midnight in Paris”.
Molto suggestivi alcuni scorci di Roma e se si vogliono passare due ore spensierate e senza troppe pretese “To Rome with love” va comunque visto, possibilmente però quando il biglietto del cinema costa di meno. Tuttavia va riconosciuto un altro merito a questa pellicola, l’omaggio sentito di Allen a Roma e all’Italia in genere (citazioni di altre bellissime città come Napoli, Firenze, Venezia, Palermo e Milano, l’ottimo cibo nostrano, la scelta delle colonne sonore come “Nel blu dipinto di blu” di Modugno o le varie canzoni tratte da opere liriche come “La Traviata” di Verdi).  Per questo omaggio, grazie Woody! Per qualche critica più positiva se ne parlerà dopo l’uscita del prossimo film.
Francesca Robertiello
“To Rome with love”, Woody Allen, 2012
Cast: Penelope Cruz, Jesse Eisenberg, Ellen Page, Greta Gerwig, Judy Davis, Riccardo Scamarcio, Isabella Ferrari, Sergio Rubini, Antonio Albanese, Flavio Parenti e Fabio Armiliato, Ornella Muti, Luca Calvani, Alison Pill, Vinicio Marchioni, Monica Nappo, Lina Sastri, Carol Alt, Gian Marco Tognazzi, Edoardo Leo, Donatella Finocchiaro, Giuliano Gemma.

 

“War horse”, cavallo da… melodramma

Posted by Francesca Robertiello On febbraio - 29 - 2012 Commenti disabilitati

Il nuovo film di Spielberg tra guerra e sentimentalismo

Il racconto della prima guerra mondiale visto attraverso le vicende legate a un cavallo da guerra. Questa è l’idea che sta alla base di “War horse”, ultimo film di Spielberg attualmente nelle sale.Un’ idea che potrebbe anche non essere malvagia, ma che è realizzata in un film per molti aspetti deludente. Più che essere un film sull’ atrocità della prima guerra mondiale, infatti, la pellicolaruota soprattutto intorno all’amicizia tra il cavallo Joey e Albert, un ragazzo inglese figlio di umili contadini. Il padre di Albert, per voglia di rivalsa sul suo proprietario terriero, acquista a caro prezzo il cavallo Joey e Albert riesce a domare questo purosangue e a renderlo utile per la fattoria semplicemente parlandogli. Qui sta probabilmente la pecca maggiore del film, l’eccessiva umanizzazione del cavallo, che rende molte cose poco credibili. A Joey manca praticamente solo la parola e ricorda il cavallo di animazione “Spirit”: in fondo la storia stessa sembra più adatta ad un film di animazione per bambini che a un film di guerra vero e proprio.  Ad onor del vero nel film la guerra c’èalcune scene belliche sono interessanti e presentano anche tratti di drammaticità, ma il tutto finisce per fare da sfondo alla “love story” tra Albert e Joey, divisi dallo scoppio del conflittoma di nuovo uniti, dopo che il cavallo finisce da una parte all’altra della trincea, nello smielato happy ending. Incredibile che un regista come Spielberg abbia potuto girare la diabetica scena finale di “War horse”, già vista e rivista, che vede il ritorno a casa degli eroi nella prateria alla luce del tramonto, in un trionfo melodrammatico di retorica e buoni sentimenti. Va bene il cinema pop, ma qui il regista di “E.T. L’ extraterrestre” sembra aver esagerato. Il film sarà probabilmente amato soprattutto dagli amanti del genere (equino) e da alcuni membri della PETA, ma fondamentalmente si fanno ammirare solo scenografia e costumi.

Luca Cicinelli


Hugo Cabret: Scorsese omaggia Il Cinema

Posted by silvia On febbraio - 13 - 2012 Commenti disabilitati

Siamo a Parigi negli anni successivi al Primo conflitto mondiale. Qui vive, orfano di madre, Hugo Cabret che, parallelamente alla scuola, impara il mestiere di orologiaio che fa il padre. Con lo stesso si cimenta infatti ad aggiustare marchingegni di ogni genere.

Un giorno, un automa capace di scrivere viene ad essere la loro ennesima prova di abilità, ma il genitore viene improvvisamente a mancare a causa di un incendio nel museo dove presta saltuariamente servizio. Hugo rimane apparentemente solo. Oramai orfano lo zio Clode, che si occupa di far funzionare gli orologi della stazione di Montparnasse, lo prende sotto la sua tutela. Da quel momento il piccolo Cabret vive nella stazione ferroviaria sopracitata e si occupa del funzionamento di tutti gli orologi al posto dello zio tra stenti, nascondigli e piccole ruberie quotidiane, portando infine a termine con forte determinazione questo “lavoro segreto”.

Il suo unico vero scopo è però quello di aggiustare l’automa scrivente, poiché convinto che solo quell’essere apparentemente inanimato gli avrebbe consegnato l’ultimo messaggio che il padre aveva per lui riservato. Il tutto sembra interrompersi quando George, venditore di giocattoli dentro la stazione, lo coglie in flagranza di furto. Onde evitare che questo però chiamasse la guardia (che l’avrebbe condotto direttamente in orfanotrofio), Hugo gli fa vedere il contenuto delle tasche, in una delle quali era conservato il taccuino del papà defunto che custodiva gelosamente. George colpito dai disegni e dalle formule presenti sul blocco non restituisce il tutto al bambino provocandogli un dolore immenso. Ma il coraggioso e caparbio fanciullo non si arrende ed è disposto a tutto pur di riaverlo dal tampinare costantemente il venditore fino a confidarsi con la figlia adottiva di questo, con la quale instaura inaspettatamente un legame d’amicizia profondissimo.

Hugo riesce, dopo vari tentativi, ad aggiustare l’automa, anche se manca un pezzo per farlo davvero funzionare: una strana chiave a forma di cuore. Da questo momento in poi seguono eventi sorprendenti che avranno un lieto fine a discapito dell’incipit della storia che sembra essere invece colma di sciagure.

 

Questo film, tratto da un libro di Brian Selznick, è davvero un capolavoro. L’omaggio a un grande regista come George Méliès diventa un ossequio generale al cinema, arte che Scorsese ama come poche altre e lo ha ben dimostrato nel corso della sua carriera. Per chi è appassionato di cinema diventa un viaggio emozionante attraverso i fotogrammi di vecchi film di Chaplin, dei fratelli Lumière, di Méliès stesso e di molti altri registi che hanno fatto la storia del cinema mondiale.

La descrizione minuziosa di ogni particolare rende la narrazione chiara e affascinante. Si pensi ad ogni congegno, a tutti gli orologi e al loro ticchettio, alla stazione piena di gente e negozi di ogni genere, al pulviscolo che pervade la scena, alla Parigi piena di neve sovrastata dalla sontuosa Tour Eiffel, al tutore della gamba della guardia che rappresenta il retaggio della Guerra appena passata, alle canzoni che fanno da sottofondo. Nulla viene sottovalutato e questa perizia fa credere allo spettatore di essere parte integrante di quel mondo delizioso fatto di croissant caldi e fiori profumati.

Il 3D appare molto funzionale in diverse scene (soprattutto nella parte iniziale) ed è sapientemente utilizzato dal regista. La riparazione dell’automa che il padre aveva lasciato al piccolo Hugo viene ad essere una metafora nei confronti della riparazione implicita del grande regista George Méliès, che a causa della guerra e del calo del suo successo si era “rotto”, era cioè giunto a rinnegare la sua arte reinventandosi venditore anonimo di giocattoli.

L’aggiustare ogni oggetto fa tornare la voglia oramai persa, a causa di una società che impone il nuovo acquisto piuttosto che la riparazione del vecchio, a chiunque di cimentarsi, con i diversi arnesi, nella sistemazione di tutto ciò che col tempo si è rotto e a cui si è particolarmente legati.

Infine, molto commovente la riflessione sul trascorrere del tempo messo in evidenza dai vari orologi e da diversi dialoghi ad esso inerenti. C’è chi diventa schiavo di questo tempo che inesorabilmente scorre e chi, come il piccolo Hugo Cabret, nonostante le grandi difficoltà che la vita gli impone, riesce sapientemente a dominarlo.

Francesca Robertiello

This must be the place

Posted by silvia On ottobre - 29 - 2011 Commenti disabilitati

Cheyenne è una rockstar cinquantenne che, terminata da tempo la sua carriera, si veste e si trucca come se si dovesse ancora esibire su un palco, vive in Irlanda con la moglie, donna pratica e razionale, e si occupa della spesa al supermercato. Alla notizia della morte del padre, con cui non aveva più rapporti da anni, l’uomo torna a New York dove scopre che il defunto genitore era vissuto nella ricerca ossessiva di un suo aguzzino nazista nel campo di concentramento. Inizia così il viaggio di un uomo sulle orme del padre, alla ricerca di un passato che non gli appartiene, ma che lo coinvolge sempre più e lo spinge a riflettere su sé stesso, tra distaccata ironia e partecipata drammaticità. Un percorso di formazione che si muove  dalla noia e dal senso di colpa alla conquista della consapevolezza di sé. Sean Penn interpreta in modo strepitoso la complessità del personaggio, tra ironia, insicurezza e nostalgia, il modo di parlare lento e in falsetto, i gesti pacati e i movimenti accompagnati dal carrellino della spesa o dal trolley, un peso di qualcosa di irrisolto che lo segue, riesce così a caratterizzare Cheyenne, ma senza appiattirlo in uno stereotipo caricaturale. This must be the place è un film diretto da Paolo Sorrentino, sceneggiatore insieme a Umberto Contarello, interpretato da Sean Penn, Frances McDormand e Eve Hewson, il titolo è tratto da una canzone dei Talking Heads, la musica ha infatti un ruolo centrale e di raccordo con i brani di David Byrne, ex dei Talking Heads.

 Maria Chiara Fratoni

Cara, ti amo…

Posted by silvia On ottobre - 7 - 2011 Commenti disabilitati

Cosa vogliono le donne? Cosa le spinge ad amare, esaltare, sfruttare o lasciare il partner di turno? Qual è l’atteggiamento giusto, se ne esiste uno infallibile, per conquistarle o semplicemente portarle a letto? “…tra l’astinenza e l’amore eterno esiste tutta una vasta gamma cromatica di sfumature”. Quattro amici si interrogano sul mondo femminile, indagandolo ognuno in modo differente: chi riuscendo ad andare ogni sera con una donna diversa e chi innamorato e confuso è indeciso sul da farsi. Cara, ti Amo… è un film indipendente diretto e prodotto da Gian Paolo Vallati (AXEfilm) e sceneggiatore insieme a Francesco Alibrandi, interpretato da Angelo Orlando, Luciano Scarpa, Alessandro Propoli, Massimiliano Franciosa, Emma Nitti, Sara Ricci, Nina Torresi e Elda Alvigini. Vincitore del Riff Awards 2011, il film sarà nelle sale del Nuovo Cinema Aquila a Roma dal 7 ottobre. Il titolo è tratto dall’omonima canzone di Elio e le storie tese dal testo graffiante, irriverente e molto realistico in cui si succedono episodi di quotidiana, comica, surreale follia e contraddizione umana che in parte confluiscono nel film. Una divertente commedia ambientata a Roma che affronta, in tono leggero e ironico, le contraddizioni del rapporto uomo-donna che rispecchiano la nostra epoca, tra indipendenza e soggezione, attaccamento affettivo e libertà individuale, rimorsi e pentimenti. Il film scorre piacevolmente alternando momenti di riflessione a situazioni e comportamenti di umorismo e comicità.

 

Maria Chiara Fratoni

Carnage: il gioco del massacro

Posted by silvia On settembre - 26 - 2011 Commenti disabilitati

Il 16 settembre è uscito nelle sale italiane Carnage il nuovo film di Roman Polanski, tratto dalla pièce teatrale Il dio della carneficina (Le Dieu du Carnage) della drammaturga francese Yasmina Reza, co-sceneggiatrice della pellicola insieme al regista. I coniugi Cowen, Nancy e Alan (i due premi Oscar Kate Winslet e Christoph Waltz), sono a casa dei Longsreet, Penelope e Michael (l’Oscar Jodie Foster e John C. Reilly), poiché il figlio dei primi ha colpito con un bastone quello dei padroni di casa provocandogli la rottura di due denti. Quattro personaggi e un appartamento a Brooklin. All’inizio le coppie cercano di chiarire l’accaduto nel modo più civile, responsabile e maturo possibile, attraverso modi pacati e moderati. Lo scambio di battute tra i personaggi diventa sempre più apertamente insinuante e provocatorio dopo che Nancy rimette sul tavolino sporcando i libri di arte di Penelope. L’educazione e l’autocontrollo necessari in società vengono meno lasciando emergere la rabbia, le debolezze e le frustrazioni di ognuno. Ciascuno è carnefice e vittima degli altri. Il gioco al massacro si sviluppa tra ironia, comicità e momenti di tragicità esilarante. L’azione si svolge in un unico ambiente, non è la prima volta che Polanski conduce un’operazione del genere costringendo i personaggi a un confronto diretto e osservandone le reazioni, e in tempo reale. Attraverso l’ottima regia, l’efficace montaggio e la bravura degli attori vengono resi il ritmo e la fluidità degli avvenimenti.

 

Maria Chiara Fratoni

Habemus Papam, grande incompiuto

Posted by silvia On giugno - 8 - 2011 Commenti disabilitati

Il film di Moretti tra genialità e punti interrogativi

In “Habemus Papam”, suo ultimo film, il regista Nanni Moretti immagina l’elezione di un papa che, appena eletto dai cardinali, entra in crisi rifiutando addirittura di palesarsi alla folla che lo acclama. Il nuovo papa non può così essere reso noto al pubblico, e, non essendo quindi terminato ufficialmente il Conclave, nessuno può lasciare le segrete stanze del Vaticano. Vittima di questa sorta di sequestro è anche lo stesso Nanni Moretti, nei panni di uno psicanalista chiamato per aiutare il papa e impossibilitato a lasciare il Vaticano fino all’ufficialità del nuovo pontefice. L’ idea è molto interessante ma forse si sente la mancanza di un vero e proprio confronto tra il papa e lo psicanalista, e dunque tra la visione religiosa e quella scientifica, che invece sembrano più che altro viaggiare su due binari paralleli nel corso del film. Un po’ tutta la pellicola è caratterizzata da sprazzi affascinanti, ma anche da un senso di incompiutezza. Questo sicuramente non rende l’ultimo lavoro di Moretti banale, ma forse frena un po’ certe premesse e certe intuizioni potenzialmente esplosive. Alcuni spunti sono geniali, anche divertenti, come il torneo di beach volley tra i cardinali, divisi in squadre a seconda dei continenti di appartenenza, organizzato dallo psicanalista, o i dialoghi tra quest’ultimo e i cardinali. Altre scene, nonostante un notevole senso estetico, una bella fotografia e costumi ben curati, sono invece un po’ lente, e il finale forse lascia qualche punto interrogativo di troppo. Il film, comunque, è interessante, anche se forse non sfrutta a pieno tutte le sue potenzialità. Ottima l’interpretazione di Michel Piccoli, nel ruolo del papa in crisi, che con le sue frasi spezzate e la sua confusione mentale ricorda un po’ il Re Lear di shakespeariana memoria, mostrandoci la fragilità e la solitudine dell’uomo spogliato dai suoi manti di potere. La crisi del protagonista di “Habemus papam”, inoltre, può forse caricarsi di significati simbolici: dietro la sua figura potrebbe celarsi la crisi della Chiesa nel mondo contemporaneo, i dubbi di tutti quelli che, affidando ad una sorta di magia tutte le risposte, dicono a loro stessi: “non è vero, ma ci credo.”.

 

Luca Cicinelli

La genialità: un effetto stupefacente

Posted by silvia On aprile - 28 - 2011 Commenti disabilitati

Nelle sale “Litmitless”, thriller anfetaminico

Una droga, l’NZT, può trasformare un sedicente scrittore in un genio miliardario in grado di guidare multinazionali, forse il mondo. Questo è quello che racconta il film diretto da Neil Burger, “Limitless”, attualmente nelle sale. Il protagonista Eddie Morra (Bradley Cooper), grazie ad una vecchia conoscenza, entra in possesso dell’ NZT, una droga sperimentale che consente di ampliare le potenzialità del cervello che vengono sfruttate soltanto in modo parziale dagli uomini. Con l’aiuto dello stupefacente, Eddie, senza lavoro, riesce in pochissimo tempo a diventare ricco, in una escalation sociale che lo porterà a candidarsi alle elezioni (nonché a riconquistare il cuore della ragazza che lo aveva lasciato quando era squattrinato). Il film è discreto, con Bradley Cooper bravo ad interpretare le diversissime versioni del suo personaggio, aiutato da effetti di regia funzionali: il volto di Eddie e il suo mondo sono di tonalità grigie e fredde ma diventano a colori sgargianti quando il protagonista è sotto effetto della “droga magica”. Buona trovata, per quanto riguarda la regia, sono anche le accelerazioni di alcune sequenze, che rendono l’idea della dinamicità della mente umana e del film stesso. L’ NZT, come tutte le droghe, rovina delle persone ed ha terrificanti effetti collaterali, ma nel film è assente ogni tipo di buonismo, ed è probabilmente questo il tocco che lo rende più interessante di tante altre “americanate”. La cosa non lo rende forse educativamente molto adatto ai più piccoli, ma fa guadagnare al film in originalità. Morra, così, dopo aver rischiato la morte per l’astinenza ed aver sconfitto i “cattivi” che, come nei più comuni stereotipi del thriller, minacciano il protagonista per ottenere quello che cercano (in questo caso l’ NZT), riesce a trionfare. Ma non lo fa smettendo di drogarsi, bensì rimanendo dipendente e (sembra) trovando, proprio grazie all’intelligenza che gli “dona” l’ NZT, il modo di produrre e migliorare la sostanza che lo rende un super-uomo.

Luca Cicinelli

Dalla tv al cinema, è sempre Boris

Posted by silvia On aprile - 7 - 2011 Commenti disabilitati

Dopo una lunga attesa è finalmente uscito nelle sale cinematografiche “Boris”, il film tratto dall’omonima fortunata serie in onda su Sky.
Di per sé il film non è particolarmente degno di nota. Per chi non avesse visto la serie potrebbe addirittura risultare eccessivamente frammentato e in alcune parti un po’ lento. Tuttavia si tratta di una piacevole commedia in grado di farci ridere e di regalarci uno spaccato di vita da set.
Chi invece ha avuto già modo di guardare Boris in tv troverà questo film esilarante, perché sarà in grado di cogliere ogni singolo cenno agli episodi che i tre registi/sceneggiatori hanno voluto regalarci nella versione cinematografica. Così lo spettatore avrà modo di ritrovare tutti i suoi personaggi preferiti alle prese con una nuova sfida, il set cinematografico. La formula, però, non cambia. Duccio cerca sempre di lavorare il meno possibile, Itala beve, Alessandro fa lo schiavo, Corinna rimane una “cagna maledetta”, Arianna cerca inutilmente di mettere ordine in quel caos chiamato set ed infine c’è lui, il grande protagonista, Renè Ferretti, un sempre eccezionale Pannofino, che come al solito parte con grandi sogni, ma che alla fine viene piegato dalla potente industria del video che non gli lascia mai scampo.
Al di là del successo cinematografico, va tuttavia sottolineata l’importanza che Boris ha assunto sul panorama televisivo.  L’idea è nata dai tre sceneggiatori, e poi registi, Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, che hanno creduto nel loro progetto e l’hanno presentato in giro finchè Sky non ha creduto in loro. Così è nata quella che viene definita la “fuoriserie” italiana. Una serie che guarda alla qualità della regia, della recitazione, della sceneggiatura. Una serie che davvero può tenere testa a quelle americane, mantenendo, però, un “made in Italy”, che in questo caso è indice di qualità.
Si potrebbe anche azzardare dicendo che Boris è ciò che ora c’è di più vicino a quello che era “la commedia all’italiana” di un tempo. I personaggi sono macchiette del reale che si muovono in un ambiente realistico nella sua assurdità. Ci vengono mostrati i giochi di potere che muovono la produzione televisiva, nella serie, e cinematografica, nel film. La troupe di Boris è quasi una moderna armata Brancaleone che tenta di fare qualcosa di artisticamente valido, ma che alla fine porterà sempre il novello Don Chisciotte Renè Ferretti a scontrarsi contro i mulini a vento.
Boris, quindi, è una serie che si fa portatrice di un interessante paradosso, da una parte ci mostra la realtà della “bruttura televisiva”, dei compromessi artistici guidati dai soldi, dell’ignoranza in cui il paese sta sprofondando, dall’altra con la sua stessa esistenza è una serie che ci fa sperare in un futuro televisivo, e perché no anche cinematografico, migliore.

Martina Bertola

Tres metros sobre el cielo de Espana

Posted by silvia On gennaio - 4 - 2011 Commenti disabilitati

Risuona anche all’estero il nome di Federico Moccia, forte del rinnovato successo riscontrato in Spagna dal suo “Tre metri sopra il cielo”. Il bestseller, da cui è stata tratta l’omonima pellicola con Riccardo Scamarcio, è stato recentemente adattato in una nuova produzione cinematografica spagnola che in patria sta surclassando ogni più rosea aspettativa.

Il remake iberico “Tres metros sobre el cielo”, distribuito da Zeta Cinema, ha già siglato degli importanti traguardi dal suo esordio, avvenuto sul grande schermo lo scorso 3 Dicembre.

Finora annovera il titolo di miglior incasso finesettimanale del 2010, con oltre 2 milioni di euro registrati nei soli primi tre giorni di proiezione, nonché il primato assoluto ottenuto durante il lungo ponte festivo legato alla celebrazione della Costituzione spagnola. Le stime, inoltre, fanno presagire che la pellicola s’imporrà in Spagna come la più vista dell’anno, con ben 10 milioni di euro pronosticati a fronte dei 7 milioni già assicurati al box office.

Cavalcando l’onda del momento la casa produttrice Antenna 3 Films, responsabile del film in questione, si è aggiudicata anche i diritti per il secondo romanzo di Moccia. In cantiere, dunque, il sequel “Tengo ganas de ti”, del regista Fernando González Molina, i protagonisti Mario Casas e María Valverde riconfermati nei loro rispettivi ruoli.

Considerata la riuscita e proficua esportazione del nostro prodotto, sarà interessante constatare se avverrà il ripetersi del fenomeno “anti-Moccia”, ossia l’inasprimento delle critiche che hanno spaccato in due l’opinione non solo degli spettatori, ma anche dei lettori italiani. Nel belpaese, in molti hanno biasimato Moccia per l’adozione nelle sue opere di una rappresentazione stereotipata della mentalità giovanile. Lo scrittore romano, oltre alle ferventi accuse di perbenismo, è stato persino additato come la concausa dell’ “instupidimento delle nuove generazioni”.

Fuori dall’Italia non si è ancora diffuso questo giudizio negativo che vede l’opera mocciana come una piaga nel contesto sociale, intanto però il film ha già fatto volare tre metri sopra il cielo gli esercenti spagnoli.

Sarà forse una domanda provocatoria, ma viene spontaneo chiedersi: è questo quanto di meglio possiamo esportare?

Mirko Zelori

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